Martedì, 07 Settembre, 2010
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Il santuario di Minerva
La statua della Dea Minerva
Il sito archeologico più suggestivo e affascinante finora messo in luce in Valcamonica è indubbiamente il complesso santuariale di Spinera di Breno, scoperto fortunosamente nel 1986 a seguito di interventi di scavo per la posa della rete fognaria comunale
l luogo ove sorge il santuario è stato sicuramente scelto in antico per il senso di mistero e di sacralità che fortemente lo caratterizzano: le strutture dell’edificio sono state addossate ad uno sperone roccioso situato sulla riva orientale del fiume Oglio, non lontano da Cividate, in un’area percorsa da grotte e cavità naturali, scavate dall’acqua che vi sgorgava naturalmente fino a non molto tempo fa.
Costruito agli inizi del I secolo d.C. e ristrutturato in età flavia, il santuario romano fu impiantato su un precedente luogo di culto indigeno, frequentato almeno dal V secolo a.C. Fin dalle origini l’acqua ha giocato il ruolo da protagonista nel culto dell’area, probabilmente rivolto ad una divinità femminile, adorata con offerte, banchetti e libagioni consumati presso un grande altare all’aperto.
La struttura romana, costruita accanto a quella indigena, si presentava con una serie di ambienti allineati addossati alla rupe e due ali laterali porticate che si protraevano verso il fiume. Dal cortile si saliva al pronao e al corpo centrale tramite una breve gradinata di accesso.
Le aule interne erano decorate da pavimenti a mosaico e affreschi alle pareti, mentre una serie di vasche e di fontane abbellivano l’intero complesso e ne sottolineavano lo stretto legame con l’acqua.
Nel vano centrale, decorato da un bellissimo mosaico a tessere bianche e nere con motivi di tralci e delfini e da pareti affrescate con fregi vegetali d’acanto e finte prospettive marmoree, era stata realizzata una nicchia sopraelevata destinata a contenere la statua di culto.
Al momento dello scavo quest’ultima si trovava adagiata sulla strato di crollo dell’edificio: si tratta di una copia romana in marmo greco di un originale greco di V secolo a.C. raffigurante la dea Athena/Minerva, opera di Pyrros, seguace di Fidia. Il tipo è replicato in soli altri due esemplari tuttora esistenti, l’Athena della collezione inglese Hope e l’Athena Farnese del Museo di Napoli.
 La Minerva di Spinera conservata al Museo di Cividate Camuno, è oggi il risultato di un sapiente intervento di restauro attuato nel 2000: al momento del ritrovamento la dea era priva della testa, delle braccia e di parte delle gambe. La divinità è stante, appoggiata sulla gamba destra e con la sinistra piegata al ginocchio. Il braccio destro era teso in avanti nel gesto tipico della divinità che chiede l’offerta mentre quello sinistro impugnava la lancia. Il petto reca un’egida a scaglie con la Gorgone centrale e una serie di serpentelli penduli; la testa è sormontata da un elmo attico con una Sfinge alla sommità. La dea romana era una divinità guerriera, ma anche divinità del pensiero, delle arti, dei mestieri. La Minerva di Spinera era soprattutto l’interpretazione romana di una divinità indigena legata al culto delle acque e perciò di questa ereditava il potere salvifico e terapeutico. I fedeli che frequentavano il santuario si rivolgevano alla dea implorandone la salvezza benefica legata all’acqua e a tale scopo si immergevano in bagni rituali e bevevano l’acqua del santuario portando in cambio offerte, cibo, e restituendo ex voto. Fra l’abbondante materiale recuperato nel corso dello scavo si distinguono alcune arule dedicate alla dea come ex voto, oggetti miniaturistici, frammenti di ceramica da offerta, quali coppette e patere in gran quantità. L’edificio, facilmente raggiungibile da Cividate attraverso il Barberino e in stretto collegamento con l’area degli edifici da spettacolo, fu frequentato fino al IV secolo d.C., fu quindi incendiato violentemente nel V secolo e infine sepolto definitivamente da una alluvione nel 1200. La memoria del luogo continuò tuttavia a resistere nel tempo e a perpetuare il ricordo locale di un passato culto a Minerva. Il sito è stato oggetto di numerose indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia dal 1986 al 2003. Infine un intervento di restauro conservativo attuato nel 2003 e nel 2004 ha permesso di restituire tutta l’originaria bellezza agli elementi decorativi, mosaici e affreschi, del santuario.